Niente

Respira.
Respira.
Batti la testa.
Picchia i pugni.
Respira.
E’ il ritmo del cuore che si è incrinato
devi rimetterlo a posto picchiando
da fuori
i rumori e le botte e il cigolio degli ingranaggi che sono vecchi
e sono rovinati
e ti fanno male
nel cuore.
Potrebbe, effettivamente, essere un infarto.
Non lo sai.
Come non sai tante altre cose
anche se ci provi, ad impararle, non va bene mai
non basta mai
troppo indietro in ogni cosa
non va bene quello che dici e non va bene quello che pensi nè come ti muovi e come ti vesti e gli sguardi che hai
non vai bene
non andrai bene mai.

Ma non va bene così? Non andava bene, non essere abbastanza, e provare ad essere quanto basta?

Respira.
Respira.
Lascia che parlino
non serve neanche provare ad averci un dialogo
puoi non ascoltare
non te ne pentirai, te lo dico io

e tanto
ormai
prima o poi finirà anche questa.

(Prima o poi, tanto, finiranno anche loro.)

(E in questo momento quasi speri – spietata – che sia prima che poi.)
_

Ho bisogno di aiuto, ma non è quello che mi offri (offri? Giudicarmi e soppesarmi e decidere come sto vivendo la mia vita e che questo sia sbagliato rientra nell’offrire?), certamente, tu.

E non te l’ha neanche mai chiesto nessuno.
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Scusate se sono un peso.

Scusate se sono una delusione.

E a questo punto scusate anche, un po’, a ‘sto cazzo.

I figli sono una cosa tremenda

“I feel the pages turning
I see the candle burning down
Before my eyes, before my wild eyes
I feel you holding me, tighter I cannot see
When will we finally

Breathe”

– Breathe, Fleurie –

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Sono un’egoista.
Molto semplicemente.
Sono figlio e, in quanto tale, egoista.
Ma l’esere figlio davvero mi giustifica?
Per definire me stessa, davvero, c’era bisogno di spingere e abbaiare e sbattere le porte?
Ho ritrovato una lettera che mia madre mi scrisse nel marzo del 2014. Dov’ero? Diceva che voleva parlarmi, ma non avevo tempo ne’ voglia per farlo. E io, dov’ero?
Tu hai fatto tutto, per me. Mi hai accettata, deformando il tuo corpo per permettermi di crescere, facendolo a tua volta assieme a me.
Ma oltre al corpo, crescendo, ti ho deformato anche il cuore.
I figli sono una cosa bellissima e terribile, che con egoismo spietato e puro si staccano da te, abbandonandoti.
Per la prima volta la maternita’ mi fa paura.
Cosa provavi, mentre scrivevi quella lettera?
Quanto era grande, la tristezza che ti ha colmato il cuore?
Ammettevi con sincerita’ disarmante che ti sentivi sola.

Io, dov’ero?

Quanto male ci siamo fatte, in questi anni.
Quanta cecita’.

Non so neanche come dirti che invece, adesso, sono qui.
(E dire che sarebbe cosi’ semplice.)

Mi dispiace.
Mi dispiace piu’ di quanto riesca a permettermi di capire io stessa.

 

La tua figlia
sciocca (ma buona)

Stern, intervista 1999

“Io domando tante volte alla gente: avete mai assistito ad un’alba sulle montagne? Salire la montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole: è uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare, questo spettacolo della natura.
A un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte, c’è un fremito.
Non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fre­mere le fronde (se ci sono alberi intorno), l’aria stessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle. E per conto mio è proprio il brivido della creazione, che il sole ci porta ogni mattina.
E sentirai per esempio il canto del codirosso, poi sentirai il pettirosso, poi magari vedrai un capriolo, che il capriolo è un animale notturno, incominci a vedere che rientra nel bosco. Lo individui e poi sparisce, l’immagine che esce e va, come quella del cervo.
E quando poi magari il cielo è chiaro e le stelle sono sparite ti accorgi che sopra di te vola un’aquila.

Ma prima hai sentito il brivido.”

We are your friends (2015)

<< […] and if it’s real enough
and honest enough
and if it’s made of everything that’s made you:
where you come from, who you knew, your history,
then you may have a chance at connecting with everyone else.
And maybe that’s your ticket.

To everything. >>

Non puoi più raccontarti balle

…ti conosci troppo bene, ormai.

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Fermati.

Fermati e girati.
Guarda la strada che si srotola dietro di te, prova a capire quanta ne hai percorsa. Quanta ne hai attraversata da…da quando? Da quando sei nata? Da quando ha iniziato a sciogliersi il torpore che ti gelava il cuore?
Quanta?
E’ poca, pensi. Un inciampo, un nulla. Pochi passi, incerti, niente di speciale, via, a cosa serve star qui a parlarne?
Non c’e’ niente di speciale in te, ne’ in quella strada.

Nei passi si’, pero’.

Nel movimento che compi ogni volta, in quell’armonia perfetta di muscoli e tendini e sangue che – ricordi, da una lezione di Anatomia di cio’ che ormai sembra un’altra vita – segue una caduta inesorabile e necessaria. Perche’ questo e’, un passo: un avanzare nel vuoto, l’abbandono di una posizione stabile e sicura (star fermi, in piedi) per avventurarsi nell’ignoto. Lasciare l’equilibrio
abbandonarsi al nulla
e negarsi
sempre, ogni volta che si avanza. Costringerti a cadere e poi non farlo, pestando il suolo, riaffermandoti, nell’impronta che lasci, nel suono che produci. Nel prossimo passo che farai.

Lasciarsi cadere, per andare avanti, sempre.

Quanta strada, quindi.
Poca.
O molta, moltissima, una distanza inimmaginabile, tanta da attraversare il mondo intero e superarlo, fino ad arrivare alla Creazione, al Nulla.

La osservi meglio, quella strada che sta sempre alle tue spalle, la studi e realizzi che non e’ una sola, ma sono tante, infinite, una per ogni parte di te, per ogni capello, ogni cellula, ogni battito di cuore. Sono tutte li’, a raccontare la tua storia, sovrapponendosi le une alle altre, nell’illusione di essere Unica.

Capisci che e’ per questo, che ti senti tanto indietro in certi aspetti di te stessa e tanto avanti in altri.
Dovresti essere orgogliosa di te stessa, per quei percorsi in cui ti consideri matura. Sei stata brava, no?
No.
La consapevolezza di quei traguardi e’ magra consolazione, confrontata con tutti quelli ancora mancanti.
E’ sempre il vuoto, a riempirci di piu’. Cio’ che abbiamo vale poco, se non s’impara ad apprezzarlo, ad essere pazienti.
E’ che ti senti tirare, tu, da quei vuoti. Sai che ti trascinerebbero indietro, se cedessi un attimo; solo l’idea ti terrorizza.

Pensi che per non sentire piu’ quel dolore devi tornare ad essere intera (tonda, completa, come quando eri nella pancia della mamma).
Trovare un equilibrio, dentro, di modo che la tua prossima partenza sia la medesima su ogni strada di te stessa.

Ma sara’ fattibile?
Le onde non si infrangono a riva nello stesso istante, ognuna nasce diversa. Eppure condividono la medesima fine: arrivare. Allungarsi, stendersi fino a sparire, un lenzuolo che si assottiglia sulla sabbia, a baciarti i piedi. Ognuna differente, speciale, tutte indispensabili per produrre quella danza, tirandosi avanti l’un l’altra, irrefrenabili. Avanzano, in un canto infinito e perfetto, un respiro che e’ antico quanto il mondo. Si prosciugassero gli Oceani, quella melodia risuonerebbe ancora, per sempre. L’eco di un ricordo incastonato in fondo all’anima.

Va bene, allora, non essere in pari.
Va bene, dunque, essere incompleta.
Se non lo fossi, sai, non saresti viva. Sono la fame e la sete che ci fanno andare avanti. E non sono forse, queste, prove della nostra incompletezza? In quanto creature organiche, avanziamo sempre spinti dal bisogno di qualcosa: un pezzo di pane, un sorso d’acqua. Un respiro.

Sii paziente. Vieni a patti con questa voracita’ implacabile: non sei sbagliata, ne’ fatta male.
Sei solo viva .

E va bene, quindi, anche l’angoscia.
Accettala. Fanne nutrimento.

Le ombre t’inseguono, se scappi, lo sai bene. Persino sull’Oceano al confine tra i mondi, persino accanto ai draghi.

Adesso voltati.
Inspira
e torna ad avanzare con la consapevolezza che quel prossimo passo non sara’ la tua rovina.

(Che poi, anche cadessi, basterebbe poi rialzarsi…no?)
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Devi solo riabituarti a parlare da sola. Puoi farcela.
Non c’e’ niente di spaventoso, nei tuoi occhi.

Soltanto te stessa.

C’è troppo vento e troppa gente su questa spiaggia, per piangere davvero.

“Dov’è che sono, dov’è che sono stato.
Dov’è che andrò.
Dov’è che sono, dov’è che sono stato.
Cos’è che sono?

Sono g o c c i a
e cado.”

– Gocce, Hyst –

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Stamattina mi chiedevo se sto male per una ricaduta depressiva o se mi sono semplicemente presa l’influenza che sta girando.
Sono giorni che ho mal di testa e nausea, che dormo male e sono stanca.
Premestruo non e’, sarebbe troppo presto.
Potrebbe essere influenza, dunque, siccome meta’ dei miei parenti la sta smaltendo. Avrebbe potuto.
Eppure.
A giudicare da questo senso di oppressione e frustrazione, non lo e’.
A giudicare, soprattutto, da queste lacrime, non la e’, influenza.
Sto male. E non e’ colpa di qualche virus.
Sto male ed e’ colpa mia. (Si’, non e’ “mia” mia. Non e’ colpa di nessuno. Oppure e’ colpa di tutto quanto. Ma il fatto di non riuscire a gestire la mia mente mi porta sempre a pensare, alla fine, che invece la responsabilita’ di questo stare male sia solo mia.)
(Scusa, Francesco. Due anni di analisi pseudo-decente non debellano vent’anni di vittimismo e martirio volontario.)

Mio nonno diceva: “Il mare ogni vent’anni si prende cio’ che ha lasciato e lascia cio’ che ha preso”.
In questo momento non mi sembra scemo paragonare la mia mente al mare. Va ad ondate, in generale, di momenti grossomodo positivi che si alternano a ridiscese nel baratro che ha contraddistinto gli anni passati. Non ci mette vent’anni, pero’, per ritornare a lasciarmi l’angoscia e a riprendersi una parvenza di serenita’.

La verita’ e’ che non sto mai veramente bene. La verita’, a conti fatti, e’ che non ho mai smesso di scappare. Sono solo diventata piu’ brava a convincermi di aver buttato quello che in realta’ stavo solo nascondendo. Ma ho di nuovo finito i lati verso cui potermi voltare per non guardare la merda che m’insegue e non voglio affrontare. Ho finito, di nuovo, l’aria.
Le sensazioni sono esattamente quelle di quando avevo sedici anni: lo stesso senso da animale in gabbia, lo stesso affanno. L’unica differenza e’ che ora, al posto della rabbia, ho solo tanta stanchezza.
Sono successe molte cose belle, quest’anno. Non altrettante (per fortuna), ma ne sono successe anche di meno gradevoli. Mi dicevo che ero maturata, in fondo. Che ce la stavo facendo.
Mentivo. (Certe abitudini sono dure a morire, purtroppo.)
In compenso sono piu’ lucida, credo, nel guardarmi. Non mi e’ piu’ sconosciuta, la mano che mi lega le caviglie e trattiene la catena.
E’ la mia.
E provo, forse, non so, un bizzarro senso di macabra esaltazione: tutto questo potere, ed e’ nelle mie mani. Tutto questo potere, e lo uso solo per farmi del male.
Sono il boia e il condannato, la vittima e l’aguzzino.
Non posso dormire sonni tranquilli, perche’ io stessa m’inseguo in sogno, per aprirmi la pancia a guardarmi le budella lucide.
Anni fa mi chiedevo cosa stessi facendo di queste mie mani, che sentivo cosi’ piene di potenziale.
Ecco, cosa ci faccio: mi castro, come ho sempre fatto. Mi strozzo e nell’annebbiamento dell’annaspo quasi dimentico che lo sto facendo da sola.
E sono stanca.
Di essere boia e condannato, vittima e aguzzino. Sono stanca di poter essere Salvatore e di essere soltanto Giudice.
In questo momento vorrei non essere niente. Costa tutto troppa fatica.
E non sono pensieri belli, questi, lo so. Ma lo so soltanto perche’, di nuovo, mi ritrovo a piangere.
“Non dire cosi’”, sembra dire la parte piu’ profonda di me stessa.
“Lo sai.”
“Ti piace vivere.”
Mi dico.
“In fondo ne vale la pena.”

(Ma la varra’ davvero?)
(E tanto per cambiare il fulcro del discorso, eh, non l’ho mica affrontato.)
(Ma per adesso va bene cosi’. Devo riabituarmi a parlare da sola, per quando non avro’ piu’ un medico disposto a sistemarmi.)
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Era da tanto che non mi guardavo allo specchio mentre piangevo.
Per la prima volta, in settimane, mi sono trovata carina.
Anche se, c’e’ da dire, rosso e azzurro non e’ che quaglino benissimo insieme.

Che strano chiamarsi Federico (2013)

<< I miei film nascono perché io firmo un contratto, prendo un anticipo, non lo voglio restituire e devo fare il film.

Io non credo alla libertà totale nella creazione. Il creativo lasciato in una dimensione di totale libertà tenderebbe a non fare niente.
La cosa più pericolosa per un artista è proprio la libertà totale: c’è l’attesa dell’ispirazione, tutta questa retorica…romantica.
L’artista psicologicamente è un trasgressore, ha un bisogno infantile di trasgredire.
Per trasgredire occorrono i genitori, un preside, l’arciprete, la polizia.
Io ho bisogno di un contrasto, di qualcuno che mi irriti.

Ho bisogno di un nemico per difendere la cosa che faccio. >>